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Marines britannici denunciano pressioni durante la prigionia in Iran

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Marines britannici denunciano pressioni durante la prigionia in Iran

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Si sono piegati alle richieste dei loro carcerieri, facendo il gioco della propaganda iraniana, ma solo perché minacciati di passare sette anni in prigione. I quindici marines britannici, tornati in libertà, hanno raccontato in diretta tv la loro avventura, a cominciare dal motivo per cui si sono lasciati catturare dalle guardie rivoluzionarie islamiche, senza opporre resistenza.

“Sappiamo che molti se lo sono chiesto – sostiene il comandante Chris Air – ma posso assicurare che non abbiamo avuto altra scelta”. E aggiunge che se avessero provato a reagire, molto di loro non sarebbero sopravvissuti. Ammettere lo sconfinamento in acque iraniane era dunque l’unica via d’uscita. “Ci tenevano bendati, con le mani legate, davanti a un muro, sottoposti a una pressione psicologica costante”, dice il marine Felix Carman.

Londra ha risposto così alla sceneggiata mediatica orchestrata da Teheran, che aveva mostrato al mondo i militari di sua maestà mentre si umiliavano in scuse. E poi aveva fatto il gesto di graziarli, come se fosse un atto di generosità del presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Ma i ruoli si sono ora invertiti: Teheran ha definito la conferenza stampa dei quindici una “messa in scena propagandistica”, che “non scalfisce le prove sulla violazione delle acque iraniane”.