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I colleghi del giornalista Safronov non credono al suicidio

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I colleghi del giornalista Safronov non credono al suicidio

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I colleghi del giornalista russo caduto venerdì scorso dalla finestra dell’ultimo piano di un palazzo di Mosca non credono alla tesi del suicidio. Ivan Safronov, colonnello in pensione, copriva le questioni di sicurezza per l’autorevole quotidiano economico russo Kommersant. Stava indagando su una presunta vendita segreta di armamenti russi alla Siria e all’Iran e aveva confidato di essere stato avvertito che sarebbe andato sotto processo se avesse rivelato le sue informazioni.

La procura di Mosca ha aperto un’inchiesta, ma il capo redattore di Safronov al Kommersant Andrei Vasiliev se ne dichiara insoddisfatto: “Ieri abbiamo deciso di controllare le sue ultime telefonate e messaggi al cellulare. Abbiamo scoperto con chi ha parlato e abbiamo richiamato quelle persone. Tutto questo lo doveva fare la polizia. Qualunque inquirente partirebbe da qui”.

Secondo chi lo conosceva, la vittima non aveva problemi tali da giustificare un suicidio né in famiglia, né sul lavoro. La Russia, si disputa ormai il secondo posto con l’Iraq di paese al mondo in cui muoiono più giornalisti (il primo è sempre la Colombia). Safronov è il 213° giornalista russo ucciso o morto in circostanze misteriose dal crollo dell’URSS. I sindacati del settore hanno deciso di reagire preannunciando un’indagine indipendente. A fine maggio, proprio a Mosca si terrà il congresso mondiale dei giornalisti, che chiederanno maggiore libertà d’informazione.