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Il Giappone non si scusa per le schiave sessuali

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Il Giappone non si scusa per le schiave sessuali

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Il Giappone non si scuserà una seconda volta per le schiave sessuali della seconda guerra mondiale. Lo ha detto in Parlamento il primo ministro Shinzo Abe, reagendo allo strascico di polemiche lasciato dalla sua visita in Corea, la settimana scorsa e alla risoluzione presentata al Congresso statunitense da un parlamentare democratico di origine giapponese.

Secondo il nazionalista Abe le scuse pronunciate dal governo nel ’93 bastano e avanzano, non ci sarebbe prova di una coercizione organizzata. Eppure tante testimonianze vanno nel senso opposto. Furono almeno 200 mila le donne di “conforto”, eufemismo inventato dall’esercito imperiale giapponese per definire le giovani, soprattutto coreane, ma anche cinesi, filippine, indonesiane e olandesi, costrette a prostituirsi per i soldati occupanti.

Le vittime hanno cercato più volte di farsi valere in giustizia, senza riuscirci. L’ultimo processo, il terzo, si è svolto nel ’94. Una trentina di persone, fra loro coscritti a forza ed ex-schiave sessuali, chiedevano alla Corte suprema giapponese riparazioni per l’equivalente di circa 150 mila euro ciascuno. Ma i giudici supremi hanno definito il ricorso irricevibile perché la Costituzione giapponese, modificata proprio nel dopoguerra, non era stata violata.