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Il Belgio fa i conti con il suo passato collaborazionista

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Il Belgio fa i conti con il suo passato collaborazionista

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Uno studio, voluto dal senatoe durato 13 anni, ha concluso che l’amministrazione, la giustizia e la polizia belga collaborarono con il regime d‘ôccupazione nazista. Nel maggio del 1940 il Belgio è invaso dai tedeschi. Il re Leopoldo III decide di restare nel Paese, mentre i ministri costituiscono un governo in esilio a Londra.

La gestione del Paese resta in mano ai segretari generali che dirigono la macchina burocratica e che in modo impulsivo fanno una scelta di collaborazione amministrativa massiccia. Sono convinti che i nazisti trionferanno sulle democrazie europee. Alla fine del 1940 gli ebrei vengono censiti, nel 1941 la scritta ebreo compare sulla carta d’identità. E nel 1942, comincia la politica di deportazione: 25 mila gli ebrei deportati a Auschwitz, solo 1200 sopravvivono. All’indomani della liberazione un velo è stato calato sul ruolo e la docilità belga.

Rudi Van Doorslaer, membro dell’equipe che ha lavorato al dossier, cerca di dare una spiegazione: “L‘élite belga è caratterizzata da una certa forma di xenofobia che ha derive d’antisemitismo. La ragione è da trovarsi nel deficit di democrazia che interessò il Belgio negli anni Trenta e Quaranta”.

Tuttavia il 50% degli ebrei del Belgio riuscirono a sfuggire alle retate naziste perché la religione non figurava nei registri civili. Ma non solo, come spiega il presidente del Concistoro israelitico centrale del Belgio, Julien Klener: “C‘è stato un collaborazionismo a diversi livelli, ma ci sono state tante persone in Belgio che di loro iniziativa hanno salvato molti ebrei. Anche questo non deve essere dimenticato”.

La comunità ebraica, anche se sotto choc per la pubblicazione del rapporto, ha voluto ricordare alcuni atti coraggiosi.
Come la denuncia fatta già cinque anni fa dal premier Guy Verhoftsad su queste pagine segrete di storia. “Quello che passato è passto -conclude Klener – bisogna pensare al presente e preservare un futuro di democrazia. In cui oso ancora credere”.