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Ossezia del Sud, una regione attratta dalla Russia

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Ossezia del Sud, una regione attratta dalla Russia

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Come il referendum, anche questa frontiera non esiste in nessun documento ufficiale. La comunità internazionale non ha mai riconosciuto la sovranità dell’Ossezia del sud, regione della Georgia autoproclamatasi indipendente quindici anni fa, sulla scia dello smembramento dell’Unione Sovietica.

Un’indipendenza che gli osseti dovettero difendere con le armi, in un conflitto che fece un migliaio di vittime. Il cessate il fuoco fu siglato nell’estate del 1992. Un contingente misto russo, georgiano e osseto con compiti di peacekeeping è da allora dispiegato sul territorio. Lo status quo è durato fino all’ascesa al potere di Mikhail Saakashvili, nel 2003, che accusa la Russia di appoggiare i separatisti.

Il presidente georgiano chiede l’invio di una forza internazionale. Nel gennaio 2005 ha dichiarato: “Per la prima volta dopo 12 anni il governo georgiano offre uno statuto autonomo all’Ossezia del Sud, e ne garantisce l’autonomia sotto il controllo della comunità internazionale”. Autonomia che però non soddisfa i secessionisti, che puntano all’indipendenza per potersi poi riunire, come obiettivo finale, all’Ossezia del Nord, all’interno della federazione russa.

Ma a contrastare i separatisti c‘è almeno un terzo della popolazione dell’Ossezia del Sud, la popolazione georgiana. Eredvi, un villaggio che ospita entrambe le etnie, è stato scelto come sede del comitato elettorale delle elezioni alternative. Il presidente del comitato elettorale Uruzmag Karkusov, è un ex consigliere di Kokoity. Spiega: “Il nostro obiettivo è di non lasciare che la repubblica dell’Ossezia del Sud scivoli verso una nuova guerra, non dobbiamo dividere la nazione in un lato georgiano e un lato osseto”.

Molti dei georgiani sfuggiti dalla regione separatista nel 1992 vivono a Gori, città natale di Stalin, in Georgia. Per loro, l’Ossezia del sud si chiama Tskhinvali, dal nome del capoluogo. Dice una di loro: “Speriamo di ritornare un giorno, ma non voglio che Tskhinvali sia una repubblica autonoma, altrimenti tutto potrebbe ripetersi fra dieci o vent’anni, e anche i nostri figli saranno costretti a lasciare le loro case”. Come i 12 mila profughi georgiani. O i 20 mila osseti che la guerra ha fatto fuggire nell’Ossezia del Nord. Un destino comune lontano da un territorio dove le due etnie restano divise.