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Pace in Irlanda del nord, un tortuoso itinerario

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Pace in Irlanda del nord, un tortuoso itinerario

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Se le parti non si mettono d’accordo stavolta, non ci sarà probabilmente piu’ speranza di trovare un’intesa sull’Irlanda del nord. E l’assemblea di Belfast, sospesa da 4 anni, sarà definitivamente seppellita. Fu nell’aprile del 1998, al termine di una gestazione dolorosa, che gli unionisti protestanti e i repubblicani cattolici arrivarono a un accordo di pace storico, detto “del venerdì santo”: prevedeva la creazione di un esecutivo semiautonomo attraverso il quale i nemici di prima condividevano il potere.

Ma solo 4 mesi più tardi, l’Irlanda del nord viveva l’incubo di Omagh, il più grave attentato che abbia mai colpito la provincia, rivendicato dalla vera Ira, gruppo estremista che si opponeva all’accordo di Stormont. Un’ombra sul processo di pace, come un brutto presagio. La tregua, infatti, sarebbe durata poco. Dopo un avvio difficile e caratterizzato dalla sfiducia reciproca, l’assemblea viene sospesa nel 2002 dopo che l’Ira era stata accusata di spionaggio all’interno stesso del castello.

Sarebbero seguiti anni di rinvii e battute d’arresto sul disarmo della più potente milizia paramilitare del mondo. L’anno scorso, dopo aver smantellato le proprie strutture militari, l’Ira ha annunciato l’intenzione di rinunciare alla violenza. Confermata, la settimana scorsa, dal rapporto di una commissione di esperti. Ma restano dubbi e sospetti. Dopo l’assassinio del cattolico Robert Mc Cartney all’uscita di un pub, l’Ira è di nuovo messa sotto accusa dai protestanti per non aver rinunciato alla violenza.

Di fatto, l’avvenire del negoziato è nelle mani del reverendo Ian Paisley, l’ottantenne che dirige il principale partito protestante e che da 10 anni grida il suo scetticismo riguardo allo Sinn Feinn. Tutto si gioca dunque nella “3 giorni” di Saint Andrews. Una sfida, in particolare per il premier britannico Tony Blair il quale, avviandosi verso la fine del mandato, ha definito l’accordo “a portata di mano”.