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Processo Anfal: i curdi vogliono la condanna di Saddam, ma anche indennizzi

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Processo Anfal: i curdi vogliono la condanna di Saddam, ma anche indennizzi

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Tra rassegnazione e un ritrovato desiderio di vendetta, nel villaggio curdo di Sawsenan, non lontano dalla frontiera con l’Iran, il secondo processo contro Saddam Hussein non passa certo inosservato.
Il 22 marzo 1988, nel corso dell’operazione Anfal, l’esercito iracheno decimò la popolazione del villaggio facendo uso di armi chimiche. Verità storica, ma non ancora verità processuale: gli avvocati di Saddam tenteranno di dimostrare che si trattò di una normale operazione anti-insurrezionale, una risposta all’appoggio dato dai peshmerga curdi all’Iran, nel corso della guerra.
L’accusa dirà invece che cimiteri e fosse comuni, nelle quali giacciono soprattutto donne e bambini, sono la prova del genocidio: Atiya Rada racconta che, dopo l’attacco chimico, la popolazione fuggì dal villaggio, ma l’esercito li attendeva al varco. Chi è riuscito a sopravvivere è in vita, ma “non è più vera vita: non ha più nessuno”, dice.

L’operazione Anfal si svolse in varie ondate, secondo quanto sarebbe provato anche dalla notevole mole di documentazione cartacea ritrovata dalle autorità americane. I morti non furono meno di 50.000, forse anche 100.000. 2.000 villaggi furono rasi al suolo con le bombe e i bulldozer. Gli sfollati furono centinaia di migliaia.

L’operazione fu coordinata da un cugino di Saddam Hussein, Ali Hassan al-Majid, soprannominato “Alì il chimico”.
Aveva creato delle zone vietate nel Kurdistan iracheno: gli abitanti venivano automaticamente considerati ribelli e deportati o passati per le armi.

Dall’inizio degli anni ’90 in poi, varie associazioni hanno cercato le prove da presentare (un giorno o l’altro) a un tribunale.
Sono state trovate centinaia di fosse comuni, identificati i cadaveri, studiate le metodologie delle esecuzioni e delle deportazioni.

Per i sopravvissuti, però, non si tratta solo di far giustizia in un tribunale: a Kalar si è tenuta una manifestazione per invocare la condanna a morte di Saddam, ma anche per chiedere maggiori indennizzi: perché, dicono, i villaggi non più abitabili, i terreni non più coltivabili, le famiglie decimate valgono ben più degli ottanta euro mensili per famiglia che vengono concessi oggi.