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L'odissea giudiaziaria delle infermiere bulgare in Libia

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L'odissea giudiaziaria delle infermiere bulgare in Libia

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Nel febbraio del 2002 la speranza di una conclusione positiva per gli imputati del processo di Benghasi. Dopo tre anni i giurati popolari, in mancanza di prove di un complotto contro lo stato libico, si dichiarano non idonei a pronunciarsi sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese.

Per l’Occidente le accuse di un’azione di sabotaggio orchestrata dal Mossad e dalla Cia provano piuttosto la fervida immaginazione del colonnello Gheddafi. Solo due infermiere, che hanno confessato sotto tortura per poi ritrattare, hanno ammesso la loro colpevolezza.

Nel maggio del 2004 la giustizia penale emette pero’ una sentenza molto negativa: pena di morte per tutti e sei gli imputati, che avrebbero deliberatamente contagiato i bambini. Un verdetto assurdo per la Bulgaria, tanto piu’ che un’equipe di esperti guidati da Luc Montagner (uno dei due scienziati che hanno identificato il virus dell’HIV), dimostro’ che il contagio nell’ospedale risaliva a un periodo precedente l’assunzione dei cittadini stranieri incriminati. Che ricorrono infatti in appello.

L’Unione Europea fa capire a Tripoli che le condanne a morte rappresentano un ostacolo insormontabile alla normalizzazione delle relazioni col regime di Gheddafi. Deciso a riprendere posto sulla scena internazionale il rais aveva proclamato nel 2004 la rinuncia al terrorismo da parte della Libia e aveva versato milioni di dollari di risarcimento per gli attentati di Lockerbie e del DC-10 dell’Uta.

La commissario per le relazioni esterne dell’Unione Europea, Benita Ferrero Waldner, parla chiaro al Colonnello: “Gli abbiamo detto che l’autonomia della magistratura libica non è in discussione mentre abbiamo seri dubbi sulle prove su cui è stato istruito questo processo.”

Le famiglie dei bambini contagiati chiedono l’equivalente di nove milioni di euro di risarcimento per ciascun minore infettato. La Bulgaria, che insiste sull’innocenza delle imputate, ha rispedito la richiesta al mittente, accettando pero’ di finanziare in Libia un programma di lotta contro l’Aids.