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Si riaccende la polemica sulla prigione americana di Guantanamo

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Si riaccende la polemica sulla prigione americana di Guantanamo

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Le famiglie dei tre detenuti trovati impiccati sabato mattina nelle proprie celle, due Sauditi e uno Yemenita, mettono in dubbio la tesi del suicidio e chiedono un’inchiesta indipendente per indagare sulle cause del decesso.

Anche ex-prigionieri kuwaitiani di Guantanamo, che avevano conosciuto i tre detenuti, scartano ugualmente la tesi del suicidio. Questo ex-detenuto britannico sostiene invece che tentare il suicidio è inevitabile: “E’ la disperazione che spinge a questi gesti estremi non sapere cosa sta accadendo, non sapere cosa accadrà in futuro, sentirsi definire terrorista sapendo di non aver fatto niente di male. Ho vissuto in quella situazione per due anni e sono riuscito a resistere perchè sapevo che la mia famiglia mi aspettava” Per il comandante della base di Guantanamo questi suicidi non sono un atto di disperazione ma degli “atti di guerra”: “E’ una spiegazione che dimostra l’assenza di un minimo di compassione – risponde Shami Chakrabati che si batte per i diritti civili- L’osservazione in se stessa è molto pericolosa. Vivere senza nutrire speranze è insopportabile” La base di Guantanamo, dove persone sospettate di atti di terrorismo restano rinchiuse per anni senza processo, ospita circa 460 detenuti. Finora dieci prigionieri sono stati incolpati di complicità con Al-Qaida. L’Onu e le organizzazioni per i diritti umani ne chiedono da tempo la chiusura.