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Il nucleare iraniano all'origine dell'impennata del greggio

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Il nucleare iraniano all'origine dell'impennata del greggio

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A far schizzare tanto in alto il prezzo del petrolio è soprattutto il braccio di ferro tra l’Occidente e l’Iran. Il programma nucleare di Teheran ha messo in crisi la diplomazia internazionale; si contava sull’Onu e la sua agenzia per il nucleare, ma l’impegno di El Baradei, che la dirige, finora non ha sortito risultati. “Non abbiamo visto utilizzare materiale nucleare a fini militari ma, confessa, la situazione è ancora poco chiara.” Questo diceva il 13 aprile scorso. Due giorni prima c’era stata la dichiarazione del presidente iraniano, Ahmadinejad, che il paese era riuscito ad arricchire l’uranio e che dunque l’Iran entrava nel clud dei paesi nucleari.

Dichiarazioni che suonano come una sfida alla comunità internazionale e spingono Washington a minacciare una reazione militare, con bombardamenti sulle istallazioni nucleari iraniane. Questo, e l’inaffidabilità dell’Iran come fornitore di greggio, hanno mandato in fibrillazione i mercati del petrolio. L’Iran produce quattro milioni di barili al giorno, ossia il 4,7% della produzione mondiale. Inoltre controlla e minaccia di bloccare lo stretto di Ormuz, attraverso cui transitano sino a 16 milioni di barili al giorno, vale a dire il 20% della produzione mondiale. Se l’Iran passasse dalle minacce ai fatti gli effetti sarebbero catastrofici. Gli operatori del settore non escludono alcuno scenario. “Se succedesse qualcosa sul fronte iraniano, o allo Stretto di Ormuz, dice Raymond Carbone, presidente della Paramount Options Inc., i prezzi potrebbero salire ancora di più.” La presenza di altri focolai di instabilità rendono l’approvvigionamento mondiale ancora più problematico. Basti pensare alla Nigeria, primo produttore africano e ottavo a livello mondiale. A causa dei disordini nell’area del delta del Niger il paese è stato costretto a ridurre di un quarto la sua produzione.Inoltre la domanda non diminuisce, anzi: a far da volano è la crescita cinese, che solo nel primo trimestre di quest’anno è aumentata del 10,2%.