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Un anno dopo la morte di Hariri, Beirut resta sotto il controllo di Damasco

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Un anno dopo la morte di Hariri, Beirut resta sotto il controllo di Damasco

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Un anno fa a Beirut l’assassinio di Rafic Hariri: un evento che ha segnato una svolta nella storia del Libano, e costretto la Siria a lasciare il Paese dei Cedri dopo quasi trent’anni di presenza militare. Ma a dodici mesi di distanza, e dopo altri attentati, il paese resta per molti versi controllato a distanza da Damasco.

Eppure un anno fa la reazione popolare alla morte dell’ex premier aveva fatto sperare in un cambiamento epocale. Per le strade della capitale, nei giorni seguenti all’assassinio, migliaia di persone chiesero, col sostegno della comunità internazionale, il ritiro militare della Siria. Ad aprile le proteste sembrarono sortire l’effetto sperato. Ma alla prova dei fatti, dichiara oggi l’opposizione anti siriana, il ritiro si rivelò un gesto poco più che simbolico. Anzi, i servizi segreti di Damasco continuerebbero a far entrare armi edesplosivi sul territorio libanese attraverso zone di frontiera non controllate. E gli attentati non si sono fermati dopo il ritiro siriano. Uomini politici, giornalisti, oppositori a Damasco, sono stati uccisi o gravemente feriti negli ultimi mesi. Da più parti si punta il dito contro i servizi segreti siriani. Gli inquirenti dell’Onu che indagano sulla morte di Hariri hanno denunciato la scarsa collaborazione di Damasco, prolungando di altri sei mesi l’inchiesta.Lo stesso ministro della giustizia libanese, Charles Rizk, dice che le Nazioni Unite hanno rilevato la matrice comune dei diversi attentati. “Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha allargato l’ambito delle indagini, che oggi riguardano non solo l’assassinio dell’ex premier Hariri ma anche altri attacchi.” Ufficialmente assente dal suolo libanese, la presenza della Siria si fa però sentire a livello politico. L’opposizione anti-siriana, raggruppata nel movimento denominato “Forze del 14 marzo” e guidata dal figlio di Hariri, Saad, è pressoché impotente in Parlamento. Il suo leader è costretto a vivere fuori dal paese, in Francia; i ministri del partito Hezbollah bloccano ogni iniziativa antisiriana, e perfino il cristiano Michel Aoun, a lungo simbolo dell’opposizione anti Damasco, ha siglato recentemente un accordo d’intesa col partito islamico sciita. Già l’anno scorso i loro sostenitori sfilavano insieme, a migliaia: segno che la presenza siriana nel Libano resta di stretta attualità.