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Bush: le elezioni in Iraq, scintilla di democrazia. Rifarei la guerra

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Bush: le elezioni in Iraq, scintilla di democrazia. Rifarei la guerra

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Geroge Bush parla all’America e non cambia rotta sull’Iraq. Dallo “Studio Ovale” della Casa Bianca dal quale annunciò l’intervento bellico nel marzo 2003, Bush sostiene la propria scelta. Ma pur ammettendo l’inesattezza dei dati dell’intelligence sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, riafferma la validità dell’intervento nell’ottica più generale della guerra globale al terrorismo.

“Il voto iracheno del 15 dicembre – ha detto Bush – non significa la fine delle violenze. Ma è l’inizio di qualcosa di nuovo: il nascere di una democrazia nel cuore del Medio Oriente. Questo significa che l’America avrà un alleato di forza crescente nella lotta contro i terroristi”. “C‘è chi guarda alle sfide che ci attendono in Iraq – prosegue Bush – e ne desume che la guerra è persa. Io non credo che sia così. Le nostre truppe in campo non credono che l’America abbia perso”. E di truppe americane in Iraq ce ne sono ancora 160 mila circa. Se il ritiro anzitempo sarebbe – come ha detto il presidente – una dimostrazione d’inaffidabilità agli occhi del mondo intero, è certo che la strategia d’uscita faccia parte dell’agenda. Dal 2003 ad oggi sono più di 2 mila i soldati americani morti.