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Polonia, dove la Grande Coalizione non si farà

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Polonia, dove la Grande Coalizione non si farà

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Dovevano segnare l’inizio di una nuova èra le elezioni in Polonia dello scorso settembre: 16 anni dopo la fine del comunismo e oltre un anno dopo l’entrata nell’Unione Europea due formazioni politiche di centro destra risultavano le più votate – il partito cattolico di Diritto e Giustizia, guidato da Jaroslaw Kaczynski, e il liberale Piattaforma Civica.

Entrambi provenienti da Solidarnosch, pur con qualche divergenza, i due partiti sembrano avere un obiettivo comune: sconfiggere corruzione e disoccupazione – il 18%, una percentuale record nell’Unione Europea. Il risultato delle urne fa pensare a una grande coalizione: insieme contano 288 seggi. Nel nuovo parlamento il terzo partito del paese si chiama Autodifesa, è antieuropeo, raccoglie i voti dell’estrema destra, e scalza il centro sinistra. È questo scenario a fare da sfondo alle presidenziali di ottobre, in cui si affrontano proprio i due futuri alleati, almeno sulla carta. Lech Kaczynski, fratello gemello di Jaroslaw, e candidato di Diritto e Giustizia, ha posizioni nazionalistiche, anti tedesche e anti europee. Al liberalismo a tutto campo dell’avversario liberale Donald Tusk oppone le certezze dello stato previdenziale. Il candidato di Piattaforma Civica propone invece misure impopolari, come la riforma del welfare per gli addetti nell’agricoltura. Due programmi che riflettono l’esistenza di due Polonie: quella dell’est, nostalgica dei diritti acquisiti in epoca sovietica, di cui si fa rappresentante Kaczynski, e quella liberale, filo occidentale di Tusk. Una divisione sfruttata in campagna elettorale, e rilanciata in chiave positiva subito dopo la vittoria. “Puntiamo alla riconciliazione, ma non a quella fra me e Tusk. Vogliamo colmare le divisione create nel paese negli ultimi sedici anni. Il giorno della riconciliazione è però rimandato a data da destinarsi. Dopo quattro giorni di trattative infruttuose il neo premier Kzimierz Mercinkievicznon è riuscito a superare le divisioni. Al parlamento e al presidente l’ultima parola su questo governo di minoranza.