ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Simon Wiesenthal: 50 anni a caccia di criminali nazisti

Lettura in corso:

Simon Wiesenthal: 50 anni a caccia di criminali nazisti

Dimensioni di testo Aa Aa

L’esistenza di Simon Wiesenthal è segnata fin da piccolo. Nato nel 1908 nei pressi di Leopoli che allora faceva parte dell’impero austro-ungarico, perse il padre nei combattimenti della prima guerra mondiale.

La seconda tragedia della sua vita è l’ingresso delle truppe hitleriane in Polonia. Wiesenthal viene internato insieme alla moglie in cinque campi di concentramento, tra cui Buchenwald e Mauthausen. Alla fine della seconda guerramondiale mancheranno all’appello quasi novanta membri delle loro rispettive famiglie. È in questo momento che decide di rendere omaggio agli ebrei sterminati iniziando una caccia planetaria ai responsabili della Shoa. Per anni raccoglie documenti, indizi e testimonianze che nel 1953 lo porteranno sulle tracce di Adolf Eichmann. L’uomo al quale Hitler aveva affidato la pianificazione dello sterminio degli ebrei europei, viveva tranquillamente sotto falso nome a Buenos Aires in Argentina. Le informazioni sei anni dopo vengono passate dalla Germania ai servizi segreti israeliani e nel 1959 il Mossad rapisce Eichmann e lo porta in Israele per essere giudicato. Dopo otto mesi di processo il trentuno maggio 1961 viene eseguita la condanna a morte. Questo successo conforterà Wiesenthal nella sua scelta. In tutto da lui verranno portati davanti alla giustizia 1.100 persone accusate di essere criminali nazisti. Sarà il centro Simon Wiesenthal di Vienna a rivelare l’arruolamento nell’esercito hitleriano di Kurt Waldheim, ex presidente austriaco e segretario generale dell’ONU. Due anni fa Wiesenthal aveva dichiarato concluse le sue ricerche spiegando che ormai avrebbe trovato solo anziani troppo vecchi e deboli per essere portati davanti a un tribunale. “Se dimentichiamo, se ignoriamo il passato, se falsifichiamo quello che è successo – aveva detto davanti ad ex deportati nel campo di Mauthausen – allora il passato ritornerà ancora e ancora. E sia noi che i nostri discendenti non saremo capaci di costruire un avvenire umano e giusto”. Wiesenthal è morto con un rimpianto, quello di non essere mai riuscito a trovare Mengele, il “dottor morte” autore di atroci esperimenti sui deportati di Auschwitz.