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Cicloni: dove, come, perché

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Cicloni: dove, come, perché

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Uragano, ciclone, tifone: comunque lo si chiami si tratta sempre dello stesso fenomeno. La definizione però varia a seconda del bacino di formazione: si parla di uragano se si forma nell’Atlantico; se nel Pacifico, di tifone o ciclone.

Per potersi invece fregiare del nome di battesimo, tipo Ivan, Mitch, Kate o Wanda, bisogna essere davvero pericolosi, in grado di provocare danni e vittime. I cicloni sono suddivisi per cinque gradi di potenza. Una volta raggiunto il quinto, come è il caso di Katrina, il vento supera i 250 km all’ora. Si formano al di sopra degli oceani, dove la temperatura dell’acqua è di almeno 26°. I venti incontrano così una zona di umidità molto calda. L’aria calda e umida si solleva e si condensa liberando energia latente che forma un ciclone. Questo si muove intorno a un centro, detto occhio. Nell’occhio del ciclone la velocità del vento è relativa, non oltre i 30 km all’ora, ma alla periferia può raggiungere i 350 km orari. I cicloni possono essere alti sino a 15mila metri e ampi più di 900 km. Terrificante la sua potenza, sino a 15 volte superiore a una bomba atomica. Secondo Max Mayfield, direttore del Centro americano per gli uragani, “il fattore più di tutti responsabile della perdita di vite umane è la forza delle onde sollevate, che possono raggiungere un’altezza di sette metri.” Le condizioni propizie alla formazione di uragani si presentano in estate-inizio autunno al largo delle coste africane, a nord dell’Equatore. Qui si sono formati le varie Camille, che nel 1969 fece 250 morti, e Ìvan, che l’anno scorso ha ucciso 38 persone. La Corrente del Golfo, poi, contribuisce allo sviluppo degli uragani, fornendo al loro passaggio acqua calda e aria umida. Tra i cicloni più devastanti si ricorda Mitch, che in America Centrale sette anni fa fece 10mila morti.