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Sudan di nuovo rischia la crisi. Inquietudine dopo la morte di Garang

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Sudan di nuovo rischia la crisi. Inquietudine dopo la morte di Garang

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Adesso che John Garang è morto, precipitato con l’elicottero che lo trasportava, ci si domanda quanto ancora potrà resistere il processo di pace.

La improvvisa e misteriosa uscita di scena del leader ribelle del sud che da sole tre settimane era al governo con l’incarico di vice presidente, ma soprattutto gli scontri che ne sono seguiti, mettono a nudo la difficile condizione in cui versa il Sudan, un paese dalla complessa composizione etnica e politica. Al nord la maggioranza arabo-musulmana, al sud gli indipendentisti, animisti e cristiani, a ovest le tensioni per il Darfur. E su tutti gli interessi petroliferi, linfa di ogni conflitto. La svolta, dopo 21 anni di guerra civile, era arrivata a gennaio, con la firma in Kenia dell’accordo di pace. Una svolta a cui proprio John Garang aveva lavorato, e che era stata possibile anche grazie alle pressioni di Washington e dell’allora segretario di stato Powell, tra i pochi uomini politici internazionali a tenere alta l’attenzione sui massacri in Sudan. L’intesa di Nairobi è salomonica: divisione a metà delle risorse petrolifere, governo di unità nazionale, coesistenza di istituzioni del Nord e del Sud in attesa di un referendum sull’indipendenza. Ma cosa accadrà adesso è difficile da prevedere. Molti temono lo scoppio di un conflitto interno alle fazioni ribelli, evitato finora solo grazie all’autoritario carisma dello scomparso Garang.