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Kirghistan: vacilla il presidente Akayev

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Kirghistan: vacilla il presidente Akayev

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Askar Akayev, presidente del Kirghistan, era stato salutato all’inizio della sua brillante carriera politica, come un capo di stato aperto e liberale, colto e riformatore.

Oggi la sua parabola è in fase pericolosamente discendente. L’accusa principale è di voler soffocare media e opposizione, di dirigere un governo corrotto e di voler controllare la piccola ex repubblica sovietica con pugno di ferro. Non solo, per quanto presidente da quindici anni, l’opposizione l’accusa di non volere mollare il potere: due dei suoi figli siedono già in Parlamento, dopo le elezioni politiche dello scorso febbraio. Le organizzazioni per i diritti umani hanno di recente lamentato il deterioramento delle libertà civiche nel Paese, dalle scarse risorse, montuoso, con un’economia ancora agropastorale. Buoni i rapporti del Kirghistan con Washington come con Mosca: nel 2003 il presidente ha firmato con Putin un accordo che consente ai russi il dispiegamento delle proprie forze nella base di Kant. Gli americani se ne sono già avvalsi per le operazioni militari in Afghanistan. “Guardo al futuro con ottimismo”: così Akayev aveva intitolato un suo recente saggio: la Storia gli sta facendo lo sgambetto.