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Un soldato dell'Armata rossa ricorda la liberazione di Auschwitz

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Un soldato dell'Armata rossa ricorda la liberazione di Auschwitz

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L’odore acre e dolciastro della morte, la morte di Auschwitz, ancora lo perseguita.

Yakos Vincenko faceva parte del commando dell’Armata rossa che la notte del 27 gennaio di sessant’anni fa liberò i campi di concentramento polacchi.

L’alba non era ancora sorta quando spalancando le porte di una baracca vide il primo scheletro vivente. Non aveva neppure vent’anni quando gli venne messa in mano una baionetta e fu mandato al fronte.

Prima del 27 gennaio, l’orrore di Auschwitz non riusciva neppure a immaginarlo. “I deportati si sostenevano l’un l’altro per non cadere. Alcuni ridevano, alcuni piangevano. Altri cercavano di avvicinarci, noi avevamo paura di toccarli”. “Il giorno dopo, facemmo in modo che si lavassero, demmo loro del cibo. Erano così deboli che non riuscivano a camminare”. Quaranta chilometri quadrati, occupati da 39 campi di lavoro, detenzione e sterminio. Questo era il complesso di Auschwitz, Birkenau e Monowitz. “Come si è potuto arrivare a tanto. Come si è potuto ridurre degli uomini a un mucchio di pelle e ossa. Trattati peggio che bestie. La neve sciolta si mischiava alla terra diventando fanghiglia e loro la bevevano. Ricordi da un inferno, impossibile da descrivere”. L’armata rossa trovò a Auschwitz cinque, settemila deportati, i più deboli. Gli altri, qualche decina di migliaia furono trasportati in Germania. I tedeschi in rotta cercarono di cancellare le prove dello sterminio.