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La Norvegia ripenserà all'Europa, dice a EuroNews il premier Bondevik

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La Norvegia ripenserà all'Europa, dice a EuroNews il premier Bondevik

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Il primo ministro norvegese spiega a EuroNews perché il suo paese resta alla porta dell’Unione Europea: lo abbiamo incontrato a Oslo, poco prima della cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace alla keniana Wangari Maathai. Ex pastore luterano, Kjell Magne Bondevik è alla guida del paese dal 2001.

D. Dieci anni fa i norvegesi dissero “no” all’Unione Europea. Ora, un sondaggio dice che risicata maggioranza vorrebbe l’ingresso nell’Unione. Perché, secondo lei, cresce il fronte del “sì”? R. Non è una maggioranza stabile per ora, varia un po’ da sondaggio a sondaggio, ma in effetti abbiamo notato una certa tendenza a un maggiore sostegno all’eventuale ingresso norvegese nell’Unione Europea. Penso che la ragione principale stia nel fatto che c‘è stato l’allargamento, e l’Unione di oggi è diversa da quella di dieci anni fa. L’Europa è diversa e l’Unione Europea non è più quella specie di “club occidentale”, ma è piuttosto un’organizzazione paneuropea, che comprende anche paesi con economie non così forti come quelle dei vecchi membri. E penso che molti vi vedano una specie di espressione di solidarietà da parte dell’Unione Europea D. Lei stesso è stato a lungo contrario all’ingresso nell’Unione Europea, ma recentemente ha detto di voler rivedere la sua posizione. Perché questo cambiamento ora? R. Sì, ho detto che intendo riprendere in considerazione un nuovo dibattito, e quindi un nuovo referendum in Norvegia, ma non c‘è fretta. Le principali ragioni per le quali ero contrario all’ingresso stavano nelle prospettive di un’integrazione in profondità, come descritto dal trattato di Maastricht, soprattutto in materia di politica estera, ma anche in economia.Ora, mi pare che si stia sviluppando un’idea un po’ più flessibile di Europa. Vedo anche una tendenza ad una maggiore cooperazione regionale all’interno dell’Unione Europea, per esempio nella regione nordico-baltica, che ci interessa da vicino. E voglio vedere come si svilupperà. E poi, dieci anni fa, per noi c’era anche una certa inquietudine per le prospettive per la pesca e l’agricoltura, che in Norvegia ha condizioni molto diverse da quelle del continente, e questi saranno temi cruciali anche nell’ambito del nuovo dibattito, quando decideremo di lanciarlo. D.Il suo paese è il terzo esportatore mondiale di petrolio. Se non mi sbaglio questo vi ha permesso di avere il tenore di vita più alto d’Europa. In questo contesto, cos’ha da guadagnare il paese dall’ingresso nell’Unione Europea? R. Non abbiamo motivazioni economiche per divenire membri, perché l’economia norvegese è forte, sana e abbiamo un tenore di vita molto alto: tanto che siamo in cima alla lista stilata dall’ONU, siamo il paese nel quale si vive meglio. Ma la ragione per la quale penso che dovremo riaprire il dibattito è legata all’influenza politica, perché in seno all’Unione Europea si decidono molte cose che toccano anche la Norvegia. E siccome ora i paesi nell’Unione sono 25, questo sarà ancora più importante negli anni a venire. D’altra parte, stando fuori abbiamo più libertà d’azione, specialmente in politica estera, che ritengo molto importante. D. Pensa che la rielezione di George Bush alla presidenza americana rafforzerà ulteriormente le relazione transatlantiche, magari avendo al contempo l’effetto di unificare ulteriormente l’Europa? R. È molto interessante vedere cosa succede. Una maggiore distanza tra Europa e America non è nell’interesse della Norvegia, così come non è nell’interesse dell’Unione Europea. Noi siamo necessari l’uno all’altro. Siamo insieme nell’Alleanza atlantica, e specialmente per la Norvegia è importante che si mantengano legami stretti, visto che noi siamo nella NATO ma non nell’Unione Europea. Se si avesse una tendenza all’allentamento graduale delle relazioni euro-americane, questo probabilmente costringerebbe l’Europa a una maggiore unità e quindi renderebbe più difficile per la Norvegia il restarsene fuori dall’Unione. D. Un’ultima domanda sul premio Nobel per la pace: dieci anni fa del Nobel per la pace fu insignito Ytzak Rabin, insieme a Yasser Arafat e a Shimon Peres per gli accordi di pace di Oslo. Visto quello che è successo poi in Medio oriente, pensa che un Nobel per la pace possa servire? R. Sì, sono ancora convinto che il premio Nobel per la pace possa evere effetti benefici sulla politica. E aiutare la pace e la democrazia. Lo abbiamo visto in Sud Africa: Albert Luthuli ha ricevuto il premio, lo ha ricevuto Desmond Tutu. Penso che questo abbia avuto il suo peso sulla situazione politica del paese. E quando hanno trovato un accordo, ricordiamo tutti che De Clerk e Mandela hanno ricevuto il premio. Un altro esempio è in Polonia, quando Lech Walesa, allora leader di Solidarnosch, ha ricevuto il Nobel. Successivamente, abbiamo visto sviluppi positivi in Polonia, fino all’ottenimento della democrazia e della libertà, e Walesa per alcuni anni ne è stato il presidente. Sono solo due esempi. Penso che il premio per la pace possa contribuire, non certo da solo, ma può essere un fattore per aiutare la democrazia e la pace.