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Bhopal venti anni dopo. Mai bonificato lo stabilimento Union Carbide

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Bhopal venti anni dopo. Mai bonificato lo stabilimento Union Carbide

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Sono passati vent’anni, ma per i superstiti del disastro di Bhopal, in India, è come se fosse ieri. Stesso dolore e stesse lacrime per le oltre 20.000 vittime ricordate da manifestazioni in tutto il paese, e stesse proteste: la tragedia più grave dell’industria moderna e i suoi effetti appaiono dimenticati.

Una fuga di gas tossici dallo stabilimento che la Union Carbide aveva delocalizzato a Bhopal fu l’inizio della catastrofe, di una sorta di “Hiroshima chimica” che molto tempo dopo rappresenta ancora una minaccia ambientale per l’intera regione. La fabbrica di pesticidi oggi si presenta come un ammasso di lamiere e condotti metallici. Capannoni devastati e abbandonati, dove i bambini possono giocare indisturbati in mezzo ai veleni, che nessuno ha pensato di rimuovere. Sui muri l’urlo contro i dirigenti della compagnia, scappati negli Stati Uniti e finora mai estradati. Quella mattina del 2 dicembre 1984, la nube tossica uccise 2000 persone prima ancora che sorgesse il sole. Nei tre giorni successivi ne morirono altre, tra i 7000 e i 10.000; mentre oggi si stimano in 100.000 i malati cronici. Malgrado all’indomani dell’incidente la Union Carbide fosse stata costretta a versare 470 milioni di dollari, solo il mese scorso sono cominciati i primi indennizzi. Nulla ancora sul piano delle bonifiche e del recupero dell’ambiente. A Bhopal, vent’anni dopo, si continua a bere acqua proveniente dalle falde inquinate.